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lunedì, maggio 23
Mise in Abime

Un intera notte, passata accanto ad un relitto di plastica arancione, nudo e muto, massacrato dall’ansia come il commilite di qualcuno già morto, di cui non voglio scrivere il nome. Attendendo un segno, un qualche messaggio delle tue dita esasperate. Un canovaccio teatrale della coppia esausta, della gioventù sofisticata a cui ci inorgogliosisce (strano verbo: un lungo strascinio quasi onomatopeico) appartenere.

Con indosso un largo pigiama di cotone violaceo (della stessa nuance del blog, ora temo), lascio scorrere le mie sconsiderate tristezze, davanti alla luce garbata della lampada sul comodino. E’ come giocare alle ombre cinesi con i propri fantasmi.

-Mettiti così, un po’ più di lato. Fantastico, sei un drago, una tartaruga, un idolo-serpe-

Tutt’oggi (o ieri? Ma poi, sto scrivendo una lettera o un racconto? Una mail o un post? Per me o per te? Ambiguità della narrazione) passato attorno alla tastiera, perdendomi appresso ad un mondo di eroi che un decennio fa amavo davvero, e che ora è ridotto a masturbazione intellettuale (avrei voluto scrivere onanismo; poi mi sono reso conto che l’eufemismo in questo campo non è elegante, è solo vile).

Rimastico un po’ scosso gli eventi di questi mesi, della scorsa sera. Rileggo il tuo messaggio di poco fa, non riesco a capire se è una minaccia, non riesco a immaginare il tuo volto mentre scrivevi quella roba. La tensione che infondi in quello che scrivi è ammirevole; ma basta per renderlo incomprensibile ad un utente scosso come me, sappilo.

Rimango così in quello stato di gravida perplessità – nel quale ogni cosa mi pare un miracolo- che corrisponde al punto più vero e nascosto di me. Tutto il resto della mia anima ha il riserbo di un mollusco già stuprato dal sole e da qualche coltello grigio, che espone il suo viscido nulla al sole di Napoli, e a qualche goccia di limone.

Temo che poi sia questa famigerata cozza a scrivere le righe infami qui sopra.

Non so cosa avverrà quest’oggi. So che ricorderò il sapore di questo caffè, so che potrà finire in milioni di modi possibili, compreso un bacio o un abbandono. Non che non me ne importi; ma almeno al momento penso di più a cosa sono io, nel tentativo di comprendere quei frammenti di me che mi permetterebbero di amarti. Non di più: meglio.

Guardo lo schizzo di un volto, su di un foglio pieno di scatti di inchiostri ansanti. Sorride.

Pare che avvenga una mise in abime ogniqualvolta un attore diventa spettatore a sua volta. Come Shakespeare nell’ Amleto (In un primo momento avevo scritto Amleto nello Shakespeare), come in tutto Pirandello. Messa in abisso, alla lettera. Trovo per caso questa definizione sul libro di italiano, mentre cerco il testo preciso della citazione già fatta. Sarà il solito segno.

Messa in abisso, amore mio. Improvvisamente recito, e sono il mio stesso spettatore. Perché qualsiasi riflessione su questo teatro biologico, sul Tu e io, sul mondo e sull’anima… va fatta dentro il teatro. E’ il teatro stesso, intima fibra di questo realissimo palcoscenico, su cui mi è stato concesso di conoscerti ed amarti.

Il resto è buio.

Postato da: lorem a 15:40 | link | commenti |


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