
In un deserto del Sud, che noi per comodità chiameremo Egitto, e che in effetti è l’Egitto per davvero, in un giorno non troppo lontano – ma che tende e tenderà a ripetersi, in tempi man mano più remoti- sta tramontando il sole. Alcuni avvoltoi tormentano l’aria con le loro forme sgraziate, e i loro muti richiami; il Fiume scorre lentamente, e la sua liquida lucidità limacciosa lambisce di tanto in tanto la corteccia o le squame di un coccodrillo o di un tronco. Più in là, ignorate, stanno le dune, e nessuno bada loro: spettacolo troppo monotono per essere affascinante, troppo pericoloso per essere poetico.
Un serpente più piccolo e velenoso di altri si sveglia, nella sua tana sotto la sabbia. >Di giorno dorme, e il suo corpo avvolto su se stesso rimane solo nel calore diurno. Sogna di essere una radiazione rossastra, gradevole e continua. Possiamo fingere che il serpente abbia un anima, possiamo persino fornirlo di una voce, ma non possiamo dargli un nome: egli è più un esemplare che un individuo; è il serpente che si sveglia nella sua tana sotto la sabbia, striscia fuori fino alla superficie, e con i suoi occhi gialli riflette la luce più fioca del tramonto. La sua vita è unica solamente in teoria, dato che nulla lo distingue dal primo dei suoi avi e dai suoi nipoti che dormono ancora in uova da deporre.
E’ unico solo in apparenza, per questo non può avere un nome.
Il serpente senza nome si sveglia, striscia lentamente fuori dalla sua tana di sabbia, non troppo lontano dalla città. Uno scorpione gli passa accanto, mentre gli ultimi raggi del crepuscolo colpiscono una cupola lontana, e la sabbia è ancora bollente, sotto il suo ventre di squame. Per noi si tratta di un immagine esotica, per il serpente dovrebbe essere ne più ne meno del più quotidiano dei paesaggi; non sappiamo dire se anch’esso ne colga la poesia, o se sia già distratto dal piacere della caccia. Purtroppo questa è una storia la cui narrazione spetta a noi, e qualche arbitrio in effetti lo abbiamo già compiuto.
Nel tempo di questa brevissima digressione metaletteraria il piccolo serpente ha già afferrato uno di quei piccoli roditori che si ostinano a vivere in quell’oceano ocra, e che ora si affanna tra le sue spire e la sabbia. Il pasto dei serpenti viene universalmente riconosciuto come uno dei più cruenti in natura, a causa della loro pratica poco urbana di inghiottire intere le loro prede. In effetti, vedere queste due minuscole creature intente a divorare e a venir divorate, in qualcosa che è sì una lotta, ma ricorda anche un bacio e un amplesso, immerse in un universo immobile e ignobile, è una scena bizzarra. Se durasse un solo istante in più, forse sarebbe possibile arrivare a una qualche profonda verità metafisica, una rivelazione improvvisa di che cosa sia il bene, il male, la vita, la violenza, o lo spirito. Per questo, uno dei dotti della città che si vede in lontananza una volta ha affermato:
“Ogni pasto di serpente è un Apocalisse mancata”.
Pare che qualcuno ancora adori il serpente, in quella città lontana. Ma si tratta di altri Serpenti, simboli e dei sotto forma di rettile, che maggiormente badano ad essere cerchio infinito, secondo principio, e altre cose bizzarre.
Il serpente senza nome consuma il suo pasto nel silenzio.
E di nuovo il torpore lo prende, un torpore notturno fatto di sangue ed ossa che lentamente stanno diventando lui, sotto la luce lunare. Per noi è inevitabile attribuire un qualche senso a tutto ciò; e non avendone di concreti, tanto vale che ne abbia uno mistico.
Prima dell’alba il serpente senza nome avrà incontrato qualcosa o qualcuno, lo sappiamo già.
Semmai, per ora ci sorprende l’eleganza del suo corpo senza arti, mentre scivola sulla sabbia ormai fredda; al suo corpo manca completamente la grazia della danza, ogni forma di leggerezza. Ad affascinare è il ritmo dei suoi gesti, la contrazione calligrafica della polvere al suo passaggio, la scia di scrittura che si lascia dietro di se. Quei simboli, attraverso una serie infinita di permutazioni ed artifici, possono arrivare ad essere musica, o questi stessi catatonici periodi. Perciò, in definitiva, egli è senza saperlo, su di un piano superiore al nostro, dato che egli scrive di noi, e che noi siamo una voce impermamente, che muore nel descriverlo.
Tutto potrebbe essere finto già qui, in una dissolvenza panica, in un'unica eterna notte di inchiostro, abitata da infiniti serpenti e infiniti deserti da scrivere; la stessa miserrima struttura circolare del nostro protagonista pare suggerirlo, ed in un certo senso è già così. Perciò, ci permettiamo, sfruttando un’ambigua giuntura delle sue scaglie, un’ultima volontaria forzatura, che non sottrarrà queste righe alla stranezza in cui sono precipitate, ma che almeno eviterà l’incubo monotono di un racconto inesauribile.
Il serpente senza nome vede un luce in lontananza.
Un fuoco rossastro, che incombe nella notte, illumina e dune con una luce tremante; pur nella sua innaturalità pare appartenere da sempre alla forma di quel luogo. Un odore di incenso, zolfo, un pira di mirra nella lontananza notturna. Se è un rito, pare consumarsi con lentezza, tanto da lasciare che il serpente senza nome tutto il tempo che necessita per avvicinarsi a quel luogo.
Quando il serpente si affaccia sulla fossa tra le dune, sul suo occhio giallastro, sfregiato dalla sua pupilla sottile come una ferita, si riflette un enorme uccello rosso e arancio, che pare scolpito nell’oro e nel bronzo. E’ lui il fuoco nella notte, la luce che le tenebre circondano ma non vincono. E’ accasciato in un nido di sterpi e incensi, che il suo stesso calore ha ridotto ad una vampa.
Ed in questo simulacro bollente avviene qualcosa che è sia una nascita che una morte, la rigenerazione di un corpo ridotto a magma e vapore, che ribolle e collassa vinto da millenni di luce, che vacilla, trema, si spegne, e nuovamente esplode.
La Fenice di Eliopoli si volta, e con il suo enorme occhio nero scopre il piccolo sepente che la osserva, al confine dell’oscurità.
“Tu sei il serpente, quello che muta la sua pelle senza soffrire, quello che non conosce il sole, che non soffre per il calore, quello che striscia sulla sabbia morta, quello che cova le proprie uova con le sue scaglie fredde, che vede nascere i propri nati. Tu sei quello che dà la morte con il suo veleno, e che alla morte alla fine è destinato. E io, che sono un Dio ed un Simbolo, costretta a rivivere della mia cenere, a sopportare l’immane che io stessa sono. Perciò, io ti invidio, piccola bestia che muore e nasce nel buio, io ti invidio”.
Il serpente senza nome la osserva, poi ricorda di non poter parlare, almeno in queste poche righe.
“ Com’è misera la gloria dell’Assoluto” pensa tra sé.
Poi si rende conto che anche questa è una sentenza come quella dell’uomo nella città lontana; e senza più pensare si allontana.
Scompare nel buio.
